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Logistica, il fulcro dell’Ecommerce. Anche la consegna fa parte della user experience “emozionale”

By | IT & Management | 428 Comments

Logistica, intesa come processi di spedizione e consegna può diventare un vantaggio competitivo nella strategia multicanale di brand e merchant, oltre che fattore determinante per il canale online. Dal packaging al negozio-magazzino, ecco le best practice di oggi secondo gli addetti ai lavori, presentate in un workshop del Netcomm Forum 2017.

di Domenico Aliperto

Quando si affrontano i temi dell’eCommerce (o Commerce, per chi dà per scontata l’ottica omnicanale) e del conversion rate, si parla tanto di digital branding, interfacce intuitive e pagamenti digitali, ma sempre troppo poco di logistica. In Italia e non solo in Italia c’è – ancora per poco, viene da sperare – l’alibi di un ecosistema nel complesso troppo arretrato per ammettere che i processi logistici sono il cuore del commercio elettronico, e per certi versi l’elemento della catena del valore con il maggiore potenziale.

Eppure è necessario maturare la consapevolezza che, se opportunamente gestita, la logistica può generare sensibili benefici, che incidono sulla profittabilità di ciascuna operazione per produttori, retailer e spedizionieri. Senza contare che, se inserita in una customer journey coinvolgente e appagante, a partire da packaging e imballaggi, la logistica rappresenta uno straordinario elemento differenziante rispetto alla concorrenza, troppo spesso sottovalutato proprio perché apparentemente invisibile al consumatore.

Occasione per approfondire questi temi è stata la tavola rotonda ‘Innovazione e customer experience al centro della logistica dell’eCommerce’ al Netcomm Forum a Milano, moderata dal direttore di Digital4Executive Manuela Gianni.

Come affrontare una trasformazione inevitabile

«Negli Stati Uniti la questione sta diventando evidente», ha detto Mario Bagliani, Senior Partner di Netcomm Services, aprendo i lavori. «Quest’anno, dopo le feste natalizie, a New York si è verificato il primo sciopero dei custodi di condominio legato alle consegne dei regali acquistati online». A causa dell’enorme afflusso di merci i furgoni degli spedizionieri si sono accumulati lungo gli isolati bloccando il traffico e comportando parecchio lavoro extra per i custodi, che per l’appunto hanno deciso di protestare pubblicamente.

Facile immaginare che anche in Italia questo potrebbe presto essere un problema. «Con alcuni associati di Netcomm abbiamo aperto un tavolo di lavoro su questo tema. Il nostro sogno è presentare al sindaco di Milano un piano di city logistics pensato espressamente per le esigenze della multicanalità. Ma serve prima una maggiore integrazione tra gli operatori», ha precisato Bagliani, aggiungendo che nel momento in cui si inseriscono nel sistema hub e locker per il ritiro delle referenze oltre che servizi a valore aggiunto per i negozi che fungono da intermediari, diventa possibile disaccoppiare la consegna dal problema principale: la gestione dell’ultimo miglio.

 

Davide Zibetti, Managing Director di Accenture Interactive, ha sottolineato l’equivoco in cui cadono ancora molte aziende che vendono online: «La logistica non è una commodity, ma un servizio strategico che se riesce a bilanciare profittabilità e customer experience si trasforma in un elemento differenziante. Naturalmente non sfugge il fatto che anche solo diventare in grado di mantenere la promessa della consegna in giornata rappresenta una grossa implementazione per chiunque. Per questo bisogna avanzare per gradi pur avendo una visione di medio-lungo periodo, disegnando l’evoluzione della customer experience sulla base della logistica disponibile. Muoversi senza pianificare accuratamente ogni mossa può volere dire pagare extra costi che rendono l’attività non profittevole».

Secondo Zibetti la roadmap deve partire dalla gestione del magazzino, lungo un percorso che lo porterà a essere completamente automatizzato rispetto ai processi di picking e packing. Per quanto riguarda le spedizioni, è fondamentale selezionare partner che supportino la customer experience in senso lato. «In scenari evoluti il carrier deve anche saper lavorare in ottica multi-country o addirittura multi-region», ha detto Zibetti. «L’ultimo elemento da considerare è l’approccio all’omnicanalità, spesso erroneamente vista come un’esigenza del cliente, qualcosa che il merchant deve forzatamente abbracciare perché è ciò che richiede il mercato. Invece è un’impostazione che favorisce anche il business, specialmente in uno dei momenti più delicati del rapporto con il cliente, quello del reso: con una buona comunicazione tra negozio fisico e piattaforme online non solo si ottiene la riduzione dei costi del reso, ma si possono avviare anche attività di upselling, trasformando una criticità in un evento positivo».

Logistica emozionale

In che modo spedizionieri e carrier possono sostenere i merchant in questa trasformazione? Dopotutto sono loro il vero ago della bilancia nella creazione di una logistica 2.0 che punta essenzialmente sulla customer experience. Marco Adamo, Senior Product Manager e Business Development di DHL Express, ha prima di tutto evidenziato che bisogna far conoscere a consumatori e alle aziende le nuove regole del gioco, in particolare per le consegne all’estero, che richiedono adempimenti particolari che DHL si fa carico di svolgere per i propri clienti. «Oggi è cambiato radicalmente il concetto di magazzino, che in molti casi è composto non solo dal deposito aziendale, ma anche dai negozi dei rivenditori, posti alla periferia della catena logistica. Occorre perciò un’integrazione non solo tra i sistemi, ma anche sul piano logico. E una volta creata questa connessione, si potrebbe per esempio scoprire che per ridurre i costi logistici non sempre è necessario partire dal magazzino, ma dal negozio più vicino al cliente, magari dislocato a migliaia di chilometri dalla sede centrale».

L’altra dimensione è quella emozionale, su cui è intervenuta Valentina Pavan, Parcel Development Director di Nexive. «Il Web e l’e-commerce si sono sviluppati sugli aspetti più pratici e razionale del consumatore, sulla possibilità di trovare prezzi e varietà di prodotti che il negozio non riusciva a offrire. Ma le cose sono cambiate: si è già cominciato ad acquistare i prodotti che si vedono sui social e presto faremo shopping anche solo semplicemente parlando. Questo implica che si dovrà passare dall’area della praticità e della razionalità a un approccio più psicologico, legato al benessere del consumatore, promuovendo non solo nuovi servizi, con particolare riferimento a un’assistenza clienti efficace, ma anche nuovi layout con percorsi che facciano leva sulla sfera emotiva». Sviluppando la propria offerta in questa direzione, Nexive ha creato Same day – un sistema di delivery in giornata, come suggerisce il nome – che secondo Pavan non rappresenta solo un’accelerazione dei tempi di consegna del vettore, ma un meccanismo che agevolerà gli acquisti di impulso nell’on line, attraendo l’e-commerce all’interno della sfera emotiva che ingloba molte delle esperienze vissute in negozio. Il servizio sarà attivato in autunno e per lo meno all’inizio solo in alcune città italiane. «Same day è un servizio che permetterà ai nostri clienti di connettersi direttamente con i consumatori finali, sfruttando il territorio e le sue strutture e aggiungendo un elemento emozionale all’interazione», ha promesso Pavan, che ha chiosato: «Maggiore sarà l’integrazione tra canale fisico e digitale, maggiori saranno i vantaggi per gli operatori e-commerce, specialmente per quelli che non dispongono di strutture logistiche proprietarie».

Gli imballaggi che fanno la differenza

C’è un altro aspetto, tanto fondamentale quanto spesso non tenuto nella dovuta considerazione dai merchant, da non trascurare nella creazione di questa nuova customer journey attraverso la logistica, ed è quello del packaging. L’imballo infatti non ha la sola funzione di proteggere le referenze acquistate, è il primo punto di contatto tra consumatore e prodotto sul piano fisico, uno strumento di comunicazione, quindi (e qui si ritorna al piano emozionale citato da Pavan), ma anche qualcosa che separa l’acquirente dall’oggetto del suo desiderio e, infine, un ingombro di cui poi dovrà disfarsi. «Dando per scontata la funzione protettiva dell’imballaggio, la sua prima caratteristica dovrebbe essere quella di risultare facile da aprire», ha confermato Lorenza Zanardi, Direttore Generale di Rajapack Italia. «I colossi dell’e-commerce sono spesso stati criticati per l’utilizzo di imballaggi superflui e Amazon, già dal 2008, promuove l’adozione di un “frustration-free” packaging anche tra i suoi fornitori.

Uno studio Nielsen sostiene inoltre che il 52% delle decisioni d’acquisto sono influenzate dall’impatto ambientale dell’imballo, che quindi deve essere ecosostenibile, realizzato con materiali eco-friendly, meglio ancora se riutilizzabili o riciclabili. È anche importante usare un solo materiale per tutto il packaging, in modo da semplificarne lo smaltimento. Non dobbiamo poi dimenticare che la personalizzazione del box è la chiave per entrare in empatia con il cliente al primo sguardo, senza rappresentare che apporre il logo del business sull’imballo significa avere pubblicità a costo zero. Ultimo consiglio: prevedere che il packaging sia anche riutilizzabile per un eventuale reso». Zanardi ha chiuso il suo intervento volgendo lo sguardo al futuro, dove già si profila un’altra rivoluzione che aspetta al varco gli operatori e-commerce. «Da Interpack 2017, la fiera di Dusselorf dedicata al business dell’imballaggio, sono arrivate alcune proiezioni interessanti sulla crescita del food delivery, un giro d’affari che varrà sei miliardi di euro già nel 2020. Parliamo di un settore che genererà nuove opportunità, a patto che lo riesca a indirizzare correttamente sotto il profilo della logistica. E con il fresco sarà una sfida impegnativa per tutti noi».

 

Fonte: digital4.biz

LAPAROSCOPIA. IN ITALIA SOLO IL 38,5% DEGLI INTERVENTI FATTI CON LA TECNICA MININVASIVA. I DATI DEL 1° OSSERVATORIO PARISANITÀ

By | Healtcare | 732 Comments

Laparoscopia, se fosse adottata in modo equo e appropriato, pur limitandola solo ai due interventi più frequenti, sarebbero quasi 105mila le giornate di degenza che il Servizio sanitario nazionale potrebbe risparmiare ogni anno. Purtroppo però la tecnica mininvasiva che 30 anni fa venne definita un’innovazione dirompente, ancora oggi stenta a diffondersi nel nostro Paese, contando solo il 38,5% degli interventi contro il 61,5% di quelli eseguiti con la tradizionale laparotomia. Maglia nera a Marche, Sicilia, Campania e Calabria, dove il livello di diffusione della laparoscopia risulta insufficiente rispetto alle performance ottimali di Veneto, Lombardia, Valle d’Aosta e Province autonome di Trento e Bolzano. È quanto rileva il primo Rapporto elaborato dall’Osservatorio PariSanità, presentato oggi a Roma e sviluppato da Crea Sanità – Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” e Centro studi Assobiomedica.

Nonostante le evidenze scientifiche promuovano, infatti, l’uso di questa tecnica chirurgica a fronte dei diversi benefici riscontrati sia per il paziente sia per l’organizzazione ospedaliera, la diffusione della laparoscopia a macchia di leopardo dipende non tanto da scelte basate su considerazioni medico-scientifiche, quanto da un problema di mancanza di equità di accesso, è il secondo allarme lanciato nel rapporto. Individuando eventuali disomogeneità regionali è possibile pianificare azioni correttive necessarie a riequilibrare l’offerta sanitaria del SSN, contribuendo a migliorare il Sistema e la tutela della qualità della salute dei cittadini. In questo primo anno abbiamo valutato la diffusione della tecnica mininvasiva laparoscopica per un insieme predefinito di procedure chirurgiche afferenti a diverse branche specialistiche: prendendo in esame i circa 374.000 interventi effettuati nel 2014 – considerando i primi 19 interventi per i quali la laparoscopia è maggiormente utilizzata – solo in meno di 4 casi su 10 si ricorre a tale tecnica, con una disuguaglianza territoriale importante e preoccupante. L’utilizzo della laparoscopia avrebbe un ruolo molto importante in termini di recupero di efficienza organizzativa, senza dimenticare gli ormai noti benefici per il paziente. In quasi tutte le procedure prese in analisi, al ricorso alla laparoscopia è associata una riduzione della degenza media, sebbene di diversa entità: nel caso della colecistectomia questa raggiunge quasi il 70. Sono troppe le tecnologie mediche innovative che non riescono a entrare nelle strutture sanitarie per problemi di natura economica, gestionale, di scarsa consapevolezza dei loro benefici sia da parte del personale medico-sanitario che dei pazienti. Si tratta di una questione che non va affatto sottovalutata soprattutto in un Paese in cui l’universalismo del servizio sanitario rappresenta uno dei pilastri fondamentali della Costituzione. È necessario adottare quanto prima nuovi modelli di valutazione e introduzione delle innovazioni tecnologiche a livello nazionale in modo omogeneo così da migliorare le prestazioni per il paziente, contenere e ottimizzare l’utilizzo delle risorse umane e economiche, nonché contribuire all’evoluzione del sistema sanitario.

Fonte: quotidianosanita

Digital transformation per le PMI italiane, ecco le “priorità digitali”: Business Intelligence, eCommerce, alleanze con le startup

By | IT & Management | 402 Comments

Digital Transformation, sale soprattutto nelle medie imprese la convinzione che non è solo tecnologia ma richiede anche una nuova cultura di collaborazione e innovazione. I benefici più attesi sono aumenti di produttività e riduzioni di costi. Un’indagine di TAG Innovation School, Cisco Italia e Intesa Sanpaolo su oltre 500 realtà con fatturato fino a 50 milioni.

di Nicoletta Boldrini

Parlare di Digital Transformation solo in termini di tecnologie è sbagliato, e questa consapevolezza è diffusa anche tra le piccole e medie imprese (PMI) italiane che, oggetto di una recente indagine di TAG Innovation School – la scuola del digitale di Talent Garden – con Cisco Italia e Intesa Sanpaolo, hanno messo al primo posto la cultura aziendale collaborativa come fattore che determinerà la loro capacità innovativa (se non addirittura la loro forza competitiva e sopravvivenza).

L’indagine, che ha coinvolto oltre 500 realtà imprenditoriali italiane con fatturato fino a 50 milioni di euro, mostra un quadro generale di maturità delle PMI, ormai consapevoli delle sfide che devono affrontare ma ancora troppo spesso ferme al bivio in attesa di capire come procedere. Se, come accennato, il 65% sa di dover intervenire sulla cultura aziendale orientandola verso approcci più collaborativi e di open innovation, il 61% degli intervistati vede nell’implementazione di strategie digitali (intese come la capacità di aprire – in tutto o in parte – il proprio business a opportunità mai esplorate prima) la sfida primaria e più ardua da affrontare. L’introduzione delle tecnologie abilitanti sembra preoccupare meno gli imprenditori anche se ben il 35% la affronta ancora come una sfida critica.

Riduzione dei costi e aumento della produttività i più forti impatti percepiti

Le aziende interpellate da TAG stimano che l’innovazione e la digital transformation impatterà maggiormente sulla riduzione dei costi e l’aumento della produttività. Entrando nel dettaglio dei risultati emersi, 4 aziende su 5 ritengono che l’impatto di soluzioni innovative incida in maniera molto importante o addirittura fondamentale sul taglio dei costi mentre un altro 74% è convinto di poter ottenere significativi aumenti di produttività derivanti, ad esempio, da automazione e servizi in cloud.

Al di là dei numeri, ciò che appare evidente da questi dati è che tra le PMI italiane vi è oggi una discreta consapevolezza di come la digitalizzazione dei processi possa incidere direttamente su efficienza ed efficacia della gestione aziendale. In realtà, analizzando a fondo i dati, la riflessione risulta valida solamente per le medie imprese mentre sembra ancora in salita il percorso delle imprese più piccole. Il 76% degli amministratori delegati intervistati dimostra una forte sensibilità rispetto alla necessità di essere aggiornati sui temi dell’innovazione digitale ma tale caratteristica/esigenza si attenua parecchio quando a parlare sono gli imprenditori che guidano aziende con fatturato sotto i 10 milioni: un’altra conferma della minor propensione da parte delle imprese più piccole a comprendere ed esplorare le possibilità offerte dall’innovazione digitale.

Priorità: Business Intelligence, Big data, alleanze con le startup

Nonostante le difficoltà nel trovare la propria strada e nel capire come esattamente iniziare un percorso di trasformazione digitale, quasi la metà delle PMI intervistate (il 48%) dichiara di essere attualmente impegnata nell’analisi e studio di nuove strategie di business legate al digitale. Cosa concretamente significhino tali “intenzioni” lo spiegano i numeri: il 42% delle PMI intervistate sta implementando sistemi decisionali basati su analisi di business intelligence (studio della concorrenza, analisi di mercato, ecc.) mentre un altro 21% cerca di sfruttare in modo più efficace i Big Data. A conferma di tale impegno anche le intenzioni di investimento delle PMI nell’arco dei prossimi tre anni: le partnership con le startup e le strategie basate sui Big Data giocano il ruolo più importante dato che entrambi sono obiettivi condivisi dal 39% delle PMI intervistate.

Spicca anche l’interesse verso i canali di vendita digitali: il 37% dichiara che i prossimi investimenti andranno sull’eCommerce. Scarso invece l’orientamento verso temi che sono in realtà molto dibattuti tra le imprese più grandi: cybersecuritysharing economy e realtà aumentata/virtuale sono qui rilevanti solo per un quinto del campione analizzato, ovvero rispettivamente 21%, 20% e 19%.

Fonte: digital4.biz

Responsabili Acquisti, la lista dei cinque buoni propositi per il 2017

By | IT & Management | 456 Comments

Responsabili Acquisti quali saranno da adottare per l’anno in corso? Quali sono le scelte tecnologiche, di performance e le partnership che li attendono? Ecco i cinque propositi che ci sentiamo di consigliare loro alla luce dei nuovi trend del settore.
Primo proposito dei responsabili acquisti – “Sarò parte attiva nella trasformazione digitale della mia azienda”

I reparti aziendali di marketing e comunicazione sono stati i primi a comprendere il potenziale di Internet, dei social media e dell’automazione dei processi. Hanno scommesso subito sulla tecnologia 2.0 e, successivamente, sul 3.0. In questo contesto la comunicazione è diventata informale e collaborativa.
Oggi le grandi potenzialità del digitale sono offerte anche ai dipartimenti del Finance e del Procurement.

In questo contesto, dotare il dipartimento acquisti di una soluzione efficiente di eProcurement consente di velocizzare il processo di digitalizzazione globale dell’azienda e accrescere le performance.
Il primo passo in questa direzione può essere la digitalizzazione dei documenti: contratti, fatture, condizioni d’acquisto, fascicoli di consultazione, moduli di presentazione di offerte e altro, che possono essere creati e gestiti tramite la soluzione di eProcurement.
Dati e documenti diverranno così tracciabili e sempre monitorati, saranno più trasparenti e potranno essere aggiornati in modo rapido ed efficiente grazie a strumenti idonei.

Lasciandosi il mondo cartaceo alle spalle, uno strumento di eProcurement abilita la cooperazione tra i vari dipartimenti e rendere il flusso delle informazioni più dinamico internamente all’azienda; all’esterno consente ad essa di raggiungere una portata più ampia, ottimizzando il processo di sourcing e i rapporti con i fornitori.

È necessario realizzare come il dipartimento acquisti sia attualmente un ruolo chiave nel processo di digitalizzazione, parallelamente e in collaborazione con il dipartimento finanziario.

Secondo proposito dei responsabili acquisti – “Renderò la relazione con i miei fornitori un elemento prezioso”

L’era nella quale i responsabili acquisti si occupavano soltanto di individuare il miglior prezzo e stipulare contratti è ormai tramontata. Riflettendo su come si evolverà il rapporto con i fornitori nel 2017 e quale sarà il ruolo degli strumenti di SRM (Supplier Relationship Management) nell’ottimizzare questa importante relazione, appare evidente che, in un contesto di globalizzazione degli scambi e di costante concorrenza in cui i legislatori stabiliscono norme complesse e l’opinione pubblica esige un comportamento etico, il cambiamento che ci aspetta sarà costante e profondo.
Non sarà più possibile beneficiare di notevoli riduzioni di prezzo o sconti e ogni risultato ottenuto dall’azienda rappresenterà di per sé un incremento della performance. Il sistema di SRM aiuterà i responsabili acquisti a far sì che il fornitore diventi parte attiva nella relazione e nel processo di innovazione.

Attraverso una piattaforma digitale collaborativa, i fornitori, ovunque essi si trovino, hanno la possibilità di aggiornare i propri dati, migliorare il profilo e rispondere velocemente alle richieste dell’azienda, che, in questo modo, potrà valutare regolarmente il loro operato e incoraggiarli a migliorare in base ai criteri selezionati.

Impostare in azienda dei processi di fatturazione precisi e monitorabili in materia di Procurement consente di pagare i fornitori in modo tempestivo e di negoziare eventuali offerte speciali. Tutti gli interlocutori coinvolti ne trarranno vantaggio e le azioni dell’ufficio acquisti avranno un impatto positivo sui risultati complessivi dell’azienda.

Terzo proposito dei responsabili acquisti –“Darò priorità alla responsabilità d’impresa”

Sia che riguardi i diritti dei lavoratori del settore tessile, che alla tracciabilità nel settore alimentare, la responsabilità sociale e ambientale delle imprese è oggi un vero e proprio criterio selettivo dal punto di vista dell’opinione pubblica, sia nel settore B2B che nel settore B2C. In questo contesto la gestione del Procurement è ora in prima linea.
È importante selezionare fornitori di beni e servizi capaci di soddisfare tutti gli standard aziendali e garantire prodotti impeccabili per ogni tipologia di clientela.
Mettere in primo piano la Responsabilità Sociale d’Impresa (RSI) contente di evitare potenziali ripercussioni in termini di reputazione, garantendo la scelta scrupolosa dei propri partner. Un approccio di questo tipo permette, inoltre, di migliorare la qualità del lavoro e offrire ulteriori competenze al dipartimento acquisti, a vantaggio di tutti coloro in azienda che a esso si rivolgono e che sono coinvolti nel processo di Procurement.

Quarto proposito dei responsabili acquisti – “Collaborerò con il dipartimento finanziario e con l’amministrazione

Ottimizzare le performance finanziarie senza intraprendere ulteriori azioni a livello commerciale è possibile solo riducendo i costi. Una soluzione di SRM consente di salvaguardare i tassi di adesione ai contratti e ridurre, allo stesso tempo, la spesa limitando le fatture senza ordini di acquisto.
Grazie a un processo di gestione della spesa completamente automatizzato (processo procure-to-pay), sarà possibile ottimizzare le attività di contabilità, ridurre il carico di lavoro e rendere il processo di acquisto e fatturazione più sicuro. Molti sono i vantaggi che la collaborazione tra il dipartimento acquisti e quello finanziario può generare; la digitalizzazione delle attività aziendali non farà altro che accrescere ulteriormente questa relazione e i benefici per le due aree aziendali, entrambe fondamentali per il futuro successo del business.

Quinto proposito dei responsabili acquisti  – “Mi affiderò alla gestione dei Big Data”

La gestione dei Big Data è sempre più presente nella vita lavorativa quotidiana e non dovrebbe più spaventare le aziende. Nuovi software permettono di raccogliere con facilità i dati dei fornitori aggregandoli con i dati estratti da terzi, che possono essere utilizzati per arricchire il database e renderlo ancora più rilevante per scopi analitici.

Se sono affidabili e ben gestiti, i dati consentono di prendere decisioni strategiche più ponderate, limitare i rischi e monitorare in modo costante i processi, migliorandoli continuamente. In sintesi, la gestione dei Big Data oggi aiuta l’azienda a compiere le scelte giuste per il proprio sviluppo e a prevenire i rischi finanziari, legali e connessi alla RSI.

In conclusione, se vogliono avere successo nel 2017, i responsabili acquisti dovranno impegnarsi per rafforzare il ruolo strategico del proprio dipartimento, aprire le sue porte agli interlocutori interni ed esterni e abbattere le barriere affidandosi alla tecnologia e all’innovazione.

Fonte: synertrade.com

Turbo+, Astrazeneca lancia in Italia il primo device elettronico per l’asma

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Turbo+, AstraZeneca ha lanciato il primo device elettronico in ambito respiratorio, che, grazie alla combinazione con un’App per smartphone, permette il monitoraggio della terapia nei pazienti con asma. Il device è dotato di un microfono che permette di sentire quando il paziente fa l’inalazione e di registrare tutte le inalazioni attraverso l’App, così da offrire l’opportunità sia al paziente sia al medico curante di verificare la continuità terapeutica. Inoltre l’App consente al paziente di impostare degli allarmi per ricordarsi di fare l’inalazione, supportandolo quindi nel rispetto della terapia. Turbo+, che deve essere assemblato all’inalatore Turbohaler contenente budesonide/formoterolo, verrà inizialmente utilizzato presso centri specializzati che saranno i primi a fare esperienza di questa innovativa tecnologia. Il medico provvede alla registrazione del paziente nel momento stesso in cui consegna l’inalatore, così da garantire una corrispondenza univoca tra device e paziente. Una volta collegato attraverso l’App, scaricabile dal paziente sul proprio smartphone, Turbo+ invierà informazioni dettagliate sul numero e la data delle inalazioni, permettendo così al paziente un costante controllo della propria terapia. Il medico a sua volta avrà un accesso riservato attraverso un portale cosicché, durante la visita di controllo, potrà verificare se il paziente è ben controllato ed è aderente alla terapia.

Fonte: dailyhealthindustry.it

Robot chirurgici. La medicina del futuro con 5 ‘P’, la prima è Precisione

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Robot chirurgici sempre più piccoli e capaci non solo di operare con maggiore precisione, ma anche di predire e prevenire le malattie. Tecnologie e strumenti traslazionali in grado di rilevare e analizzare la risposta individuale ai farmaci. Biomarcatori genetici ed epigenetici in grado di migliorare l’appropriatezza in campo diagnostico e terapeutico. È la medicina delle “5 P”, capace di riscrivere la battaglia contro le malattie. “P” come di Precisione, ma anche Predittiva, Personalizzata, Preventiva e Partecipativa. Delle nuove frontiere per la salute dell’uomo si è parlato all’annuale Giornata della Ricerca dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, quest’anno dedicata a ‘Innovazione e Tecnologia per la salute umana’. Ad aprire lo sguardo sui progressi mondiali della medicina di precisione sono stati due scienziati nel campo della robotica e della farmacologia: Garret A. FitzGerald, Professore di Medicina Traslazionale presso la Perelman School of Medicine, Università della Pennsylvania, in Usa, nonché Chief Scientific Advisor di Science Translational Medicine, e Guang-Zhong Yang, fondatore ed editor della rivista Science Robotics, come pure direttore e co-fondatore dell’Hamlyn Centre for Robotic Surgery presso l’Imperial College di Londra.
“La robotica chirurgica, in questi 25 anni, si è evoluta da ricerca di nicchia ad area di maggior sviluppo nell’ambito dell’ingegneria medica, tanto che nel 2020 si prevede un investimento nel campo dei robot chirurgici e diagnostici di 17,9 miliardi di dollari, con un tasso annuo di crescita del 13 per cento”, ha spiegato Guang-Zhong Yang, secondo cui “il successo commerciale dei primi robot chirurgici ha ispirato nuovi dispositivi più piccoli, sicuri ed intelligenti, che puntano ad esplorare con sempre maggiore precisione il corpo umano per predire e prevenire le malattie”. “Ormai – ha proseguito Yang – si progettano robot con braccia dal diametro di un capello, capaci di vedere dentro e sotto gli organi, in grado di esaminare cellule senza più bisogno di biopsie, in modo da ottenere diagnosi sempre più precoci”. “Il trend del futuro – ha concluso – è quello di robot in scala nanoscopica, specializzati su singole tipologie di intervento e che iniziano a prendere decisioni, magari reagendo ai comandi solo visivi del chirurgo, che però non potrà essere sostituito”.
Nonostante qualche resistenza e i costi non indifferenti, attualmente in Italia sono operativi circa 90 robot chirurgici.
Dal 1999 ad oggi sono stati operati oltre 70mila pazienti e i numeri sono in continua crescita. Il limite più importante, è l’alto costo dell’apparecchiatura, che si attesta tra i 2 e i 3 milioni di euro, cui si deve aggiungere la spesa annuale di manutenzione, circa 100mila euro. Ma la Giornata ha anche consentito al Prorettore alla Ricerca, Eugenio Guglielmelli, di fare il punto sullo stato dell’arte della ricerca dell’Università Campus Bio-Medico di Roma. Una menzione speciale è andata a tre progetti: uno sulla Ingegneria chimica quello realizzato da Marcello De Falco, docente di Ingegneria industriale presso UCBM, che ha realizzato un dispositivo di stoccaggio applicabile a sistemi di aria condizionata per consentire un risparmio energetico pari al 20-30 per cento. Un lavoro che è valso al docente la vincita del premio ‘Best Paper’ all’interno dell’ICMSET 2016 – International Conference on Material Science and Engineering Technology, svoltasi a Phuket, in Thailandia, dal 14 al 16 ottobre dello scorso anno.

Fonte: ansa benessere&salute

Sangue artificiale, un traguardo sempre più vicino.

By | Healtcare | 486 Comments

Sangue artificiale, grazie a due ricerche della Cornell University di New York e dell’Harvard Medical School di Boston, sono state create in laboratorio cellule staminali ematopoietiche (CSE), ovvero le staminali da cui hanno origine tutte le cellule del sangue. Un passo avanti decisivo che getta le basi per creare riserve illimitate di cellule sane e personalizzate, fondamentali sia per le trasfusioni che per la lotta contro i tumori, soprattutto le leucemie e le anemie.

Decifrare le staminali e i processi di auto-rinnovamento

“Questo è un passo avanti fondamentale che ci porta più vicini non solo a una cura per le malattie del sangue, ma anche a decifrare la complessa biologia delle cellule staminali e i loro processi di auto-rinnovamento”, ha sottolineato il professor Shahin Rafii, direttore dell’Ansary Stem Cell Institute e autore principale dello studio condotto dall’ateneo di New York. Le cellule staminali emopoietiche hanno come peculiarità proprio quella di “auto-rinnovarsi”, diventando miliardi nell’arco dell’intera vita.

A risultati analoghi è giunto il team di ricerca del dottor Shahin Rafii, che ha ricavato le CSE dalle cellule endoteliali vascolari, che rivestono i vasi sanguigni, mediante un esperimento sui topi.

I ricercatori della Harvard Medical School, in collaborazione con i colleghi del Dana Farber Cancer Institute, sono invece partiti dalle cellule staminali umane pluripotenti, quelle cellule in grado di generare tutti i tipi di altre cellule del nostro organismo. Una volta riprogrammate per trasformarsi nelle cellule endoteliali dei vasi sanguigni, le hanno trattate con una “salsa speciale di proteine”. Poi le cellule sono state trapiantate nel midollo osseo dei topi, dove in due esemplari su cinque hanno dato origine a varie tipologie di cellule del sangue. I dettagli delle ricerche condotte a New York e a Boston sono stati pubblicati sulla rivista Nature. Recentemente i ricercatori dell’Università di Bristol, che hanno pubblicato il loro studio su Nature Communications, hanno trovato il modo di produrre sangue artificiale in grandi quantità da cellule staminali “immortali”. Secondo quanto spiegano gli autori, il sangue sintetico poteva già essere prodotto a partire da staminali, che però nel processo muoiono, rendendo impossibile produrne quantità elevate. Già un team di ricercatori della Washington University School of Medicine di St Louis aveva infatti creato del sangue artificiale in polvere, in grado di espletare tutte le funzioni naturali di quello umano con la semplice aggiunta di acqua. L’innovazione apportata dagli scienziati di Bristol consiste nello sviluppo di un processo che, a partire da staminali adulte, ottiene cellule eritroidi, che fanno da precursore ai globuli rossi, in grado di replicarsi. Ecco perché sono state definite “immortali”. In precedenza una ricerca svedese aveva scoperto che è possibile produrre sangue artificiale utilizzando una particolare proteina contenuta nella barbabietola da zucchero, molto simile all’emoglobina umana.

Sangue artificiale, test su pazienti con gruppi rari

E’ grazie a questo procedimento che in laboratorio sono stati ottenuti “litri” di globuli rossi, mentre i test di sicurezza su eventuali trasfusioni con questo ‘sangue artificiale’ partiranno entro l’anno, con l’obiettivo di usarli per le persone che hanno caratteristiche del sangue come la presenza o l’assenza di proteine che rendono impossibili le trasfusioni.

“Il primo uso terapeutico di globuli rossi prodotti in questo modo – spiega David Anstee – sarà probabilmente per pazienti con gruppi sanguigni rari, per cui la donazione tradizionale può essere una fonte difficile”.

 Fonte: datamanager.it

Mercato cinese, l’export di dispositivi medici vale 222 milioni.

By | Healtcare | 1.210 Comments

Mercato cinese, l’export di dispositivi medici vale 222 milioni. Lo dichiara Luigi Boggio, presidente di Assobiomedica, in occasione del Business Forum Italia-Cina

Il presidente Boggio ha commentato il Business Forum Italia-Cina organizzato da Confindustria, ministero degli Affari esteri, ministero dello Sviluppo economico e ITA-Italian Trade Agency in occasione della visita del Presidente della Repubblica italiana Mattarella in Cina definendo questo Paese un “valido interlocutore nella costruzione di un dialogo per incrementare il nostro export”.

Il presidente di Assobiomedica, Luigi Boggio, in occasione della visita in Cina del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e del Business Forum Italia-Cina, organizzato da Confindustria, ministero degli Affari esteri, ministero dello Sviluppo economico e ITA-Italian Trade Agency, ha dichiarato:

«Il 3,4% delle esportazioni italiane di dispositivi medici raggiungono il mercato cinese con circa 222 milioni di euro di prodotti commercializzati con il Gigante d’Oriente. Investire nel Paese più popolato al mondo rappresenta un’opportunità importante per le nostre imprese. Lo dimostra il fatto che la Cina nel 2015 è il quarto mercato per incremento delle esportazioni di dispositivi medici. Uno dei quattro settori target del Business Forum Italia-Cina è infatti la Sanità, a dimostrazione che il comparto dei dispositivi medici ha tutte le caratteristiche per fungere da traino nello sviluppo non solo medico-scientifico, ma anche economico».

«I mercati asiatici emergenti – continua Luigi Boggio – andrebbero valorizzati non solo per la domanda di salute, ma anche per avviare una possibile condivisione delle conoscenze, finalizzata a creare progetti di ricerca e sviluppo in collaborazione tra i due paesi sul modello del CITTC Centro Cina-Italia per il trasferimento tecnologico, nato in Italia lo scorso anno. La Cina, sesto Paese per numero di brevetti nel settore dei dispositivi medici, rappresenta infatti un valido interlocutore anche nella costruzione di un dialogo su ricerca e innovazione in campo medico-scientifico».

Fonte: notiziariochimicofarmaceutico.it

Analytics, data strategy e business strategy.

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Analytics, l’esigenza di capire veramente ogni cliente è diventata fondamentale per la sopravvivenza delle aziende. E la ragione è molto semplice: ora comandano i clienti.

Siamo quasi a metà del 2017 e mai titolo di libro fu più appropriato, anche se pubblicato dieci anni fa. Si tratta di “Competing on Analytics, the New Science of Winning”, di Jeanne G. Harris e Thomas H. Davenport. Senza dubbio competere sugli analytics è un tema al centro della strategia di business di quasi tutte le aziende che cercano di sopravvivere nel medio-lungo termine. Dalla mia personale esperienza, direi che avere una vista unica sul cliente e rispettare la privacy dei dati sono le due priorità in quasi tutti i settori in Europa. La privacy è dominata dal regolamento GDPR, General Data Privacy Regulation, che sarà applicabile in ogni paese membro a partire dal maggio 2018, cioè tra poco più di un anno. Non sorprenderà quindi sapere che molte aziende stanno rivedendo le loro priorità per arrivare a essere in regola in tempo. La governance dei dati nell’area dell’Unione europea sarà dominata dal GDPR da qui a maggio 2018, principalmente per quanto riguarda le informazioni di identificazione personale (PII, Personal Identifiable Information), che concernono in primo luogo i clienti e i dipendenti.

L’esigenza di capire veramente ogni cliente è diventata fondamentale per la sopravvivenza delle aziende per una ragione molto semplice: ora comandano i clienti. I device mobili, Internet, i motori di ricerca, i social e i siti web di recensioni hanno reso onnipotenti i clienti, anche quelli potenziali, che possono facilmente trovare prodotti e servizi concorrenti a quello che offre una determinata azienda, e possono anche confrontare facilmente offerte alternative e verificarne la qualità. E possono farlo anche quando sono in giro: oggi, è facilissimo per i clienti guardarsi attorno ed essere ben informati prima di acquistare. E davvero non fa differenza se è B2C o B2B. Il potere che i clienti hanno a portata di mano è enorme.

Il mondo digitale non ha pietà

Quindi, se ci si sta basando unicamente sulla “buona fede” per mantenere i clienti, semplicemente perché hanno comprato da noi in passato, allora probabilmente ci si prospetta un brusco risveglio. Il mondo digitale non ha pietà: ha fornito la reperibilità, la convenienza, la rapidità e l’automazione. Ma la fedeltà è diventata a buon mercato, e i clienti se ne andranno se trovano un prodotto o un servizio migliore altrove: la lotta per la sopravvivenza non è mai stata così serrata.

Le aziende devono quindi fare quanto in loro potere per competere, tramite una conoscenza più approfondita dei loro clienti: hanno bisogno di una vista unica su ogni singolo cliente. L’aspettativa dei clienti è che l’azienda abbia una conoscenza comune su di loro sempre aggiornata in tempo reale e su tutti i canali, e che sia in grado di offrire a ciascuno di loro prodotti e servizi personalizzati. Per inciso, sembra strano che sto scrivendo qui circa la necessità di una vista unica del cliente, quando posso ricordare di aver usato la stessa identica espressione vent’anni fa, quando parlavo di realizzare un data warehouse.

Ma allora, cosa è cambiato?

La prima cosa da capire è che la creazione di una vista unica del cliente significa andare ben oltre lo storico delle transazioni dei clienti che potrebbero essere disponibili in un tipico data warehouse. Oggi, c’è bisogno di molto più di quello, perché del cliente occorre conoscere esigenze, desideri, intenzioni, opinioni, e anche i rapporti con le altre persone, i luoghi e le cose. Non solo: bisogna anche capire con chi interagiscono nei social network, chi sono gli influencer in ciascuno dei social network in cui sono, qual è il loro comportamento online e come si differenzia dagli altri clienti. Di più: bisogna comprendere come il cliente utilizza il prodotto, e come tutto questo cambia nel tempo, e bisogna creare profili arricchiti molto più completi, acquisendo e analizzando nuovi dati per ricavare insight diversi, e integrare ciò che si trova con quello che già si conosce. Inoltre, ogni profilo cliente “arricchito” ha bisogno di essere collegato a tutte le attività di marketing associate a tale cliente, in modo che sia possibile determinare se le campagne sono riuscite a mantenere e aumentare il valore, e a sviluppare la base clienti.

La business intelligence non basta

Ma tutto questo non si può fare solo con la BI: query e reporting non bastano. Servono gli analytics, per essere in grado di segmentare la base di clienti in maniera sensata, per prevedere il tasso di abbandono (il churn rate) e per tenere traccia delle modifiche nei livelli di tale tasso nel corso del tempo. È necessario essere in grado di prevedere gli acquisti al fine di promuovere marche specifiche e per fare le raccomandazioni giuste in tempo reale e in modalità batch, e per migliorare il valore per il cliente attraverso il cross-selling e l’up-selling. È necessario tenere traccia di ogni interazione con il cliente in tutti i canali nel corso del tempo, in modo che il cliente sia tenuto a conoscenza di tutti e tutto su base continuativa. È anche necessaria l’analytics dei testi per capire le opinioni, oltre all’analisi dei grafi per comprendere le relazioni e trovare influencer nei social network.

Se le aziende intendono seriamente far questo, allora i dati interni ed esterni devono essere acquisiti, puliti e integrati. I dati dei clienti non possono essere incoerenti. Se sono incoerenti in tutti i canali, allora come ci si può aspettare di fare cross-selling o up-selling con successo? La vista unica del cliente consiste nell’acquisire tutti i tipi di dati e sfruttare le analisi più adatte a ricavare i necessari insight: servono il machine learning, l’analisi dei testi, quella dei grafi e quella dei clickstream. Servono un rapido streaming dei dati su base continuativa e un’analisi in tempo reale per monitorare, prevedere e rispondere in modo agile. E c’è bisogno di fare questo in un mondo self-service dove le questioni di governance sono importanti e dove le regole sulla privacy e l’utilizzo dei dati sono rispettate.

Ma c’è anche bisogno di agilità

Con tutto questo lavoro da fare, bisogna liberare le persone che lavorano nel data warehousing tradizionale per spostarle a nuovi tipi di lavoro analitici. Sono passati quasi trent’anni dal primo paper sul data warehousing di Devlin e Murphy, del 1988. Sappiamo come realizzare i data warehouse e abbiamo introdotto maggiore agilità in loro, oltre ad averne automatizzato lo sviluppo. La progettazione di data vault e di data mart virtuali al posto di quelli fisici, e l’automazione del data warehouse sono tutti ormai necessari per migliorare l’agilità. Servono dati coerenti e affidabili di alta qualità in un mondo self-service. Non si tratta di un self-service gratuito per tutti. Dati coerenti su prodotti e servizi, preferenze di privacy dei clienti, preferenze di canale dei clienti, informazioni di contatto con i clienti, le relazioni sociali, i rapporti personali e aziendali: sono tutti necessari se vogliamo migliorare l’efficacia. Abbiamo anche bisogno di arricchire i dati dei clienti ricavando attributi aggiuntivi dai loro social media e dai siti web di tipo open government.

Oltre il data warehousing

C’è molto da fare per creare una singola vista del cliente. E va ben oltre il data warehousing. Non deve sorprendere che la sete di nuovi dati da analizzare sia aumentata moltissimo. Una crescita dei ricavi, che sia anche redditizia, dipende sempre più da nuovi dati e da nuove analisi per ottimizzare l’efficacia di marketing, vendite e attività di canale. Non ci resta che canalizzare questa energia ed entusiasmo in più progetti di analisi orientate al cliente, ma sempre con un occhio alla governance dei dati e alla conformità al GDPR. Bisogna infine aumentare gli investimenti negli analytics per fornire insight fruibili sui clienti a tutti i canali contemporaneamente, e integrare gli analytics negli strumenti e nelle applicazioni di business intelligence.

Fonte: datamanager.it

Cybersecurity, sei passi fondamentali per difendersi da hacker sempre più aggressivi

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Cybersecurity: Accenture pubblica il Security Index, che definisce il livello di preparazione delle organizzazioni Paese per Paese, e indica un percorso essenziale per affrontare senza paura un futuro sempre più a rischio. Le aziende italiane? Investono di più, ma sono in difficoltà nell’identificare in via preventiva gli elementi aziendali maggiormente sensibili

Qual è lo stato della cybersecurity a livello globale e in che modo le imprese dovrebbero reagire a minacce che si fanno sempre più concrete? Nel 2015 la spesa è stata pari a 84 miliardi di dollari, valore che per gli analisti è destinato a crescere fino a 125 miliardi di dollari entro il 2020. Mentre il costo totale che si dovrà sostenere a causa dei cyberattack è stimato intorno ai 90 mila miliardi di dollari entro il 2030, e secondo una recente indagine Accenture la cybersecurity è all’attenzione del board aziendale per oltre il 70% delle aziende intervistate, sia per il suo impatto in termini finanziari che per le ricadute in termini di cultura aziendale. Per misurare l’efficacia delle attuali misure di sicurezza informatica e l’adeguatezza degli investimenti in essere, Accenture Security, la business unit di Accenture interamente dedicata alla cybersecurity, ha coinvolto duemila professionisti in questo campo, in rappresentanza di aziende con un fatturato annuo di almeno un miliardo di dollari. I risultati dello studio sono stati analizzati in collaborazione con Oxford Economics per elaborare il Security Index di Accenture, un indice, che aggregando i punteggi raccolti in 15 Paesi e 12 settori, offre la possibilità di misurare la forza che le aziende hanno nel proteggersi contro i cyberattack. L’indice si basa su un modello che prende in considerazione 33 ambiti specifici di sicurezza informatica.

cybersecurity_1Il Regno Unito, per esempio, è al primo posto per il livello di collaborazione con soggetti terzi nella gestione delle crisi (52%) e per la comunicazione di incidenti informatici nell’ambito dell’allineamento all’interno dell’azienda (55%). Gli Stati Uniti, dove le aziende registrano in media risultati elevati in 12 ambiti su 33, sono quinti. L’Italia si colloca in undicesima posizione, prima di Norvegia, Germania, Australia e Spagna, rivelando aziende con buone performance nel 29% degli ambiti analizzati (10 su 33). Le aree di maggiore sofferenza risiedono nell’identificazione dei processi di business e degli asset più importanti da proteggere (solo il 14% delle aziende presenta una buona preparazione) e nella protezione dell’ecosistema e delle aree di interazione con le terze parti (23%).

«Sebbene negli ultimi anni le aziende abbiano potenziato la propria sicurezza, il loro progresso in questo senso non è andato di pari passo con il grado di sofisticatezza raggiunto da hacker sempre più preparati e aggressivi in un momento storico in cui le tecnologie stanno esprimendo al massimo le proprie potenzialità portandoci in una nuova era industriale», spiega Paolo Dal Cin, Managing Director, Accenture Security Lead per Italia, Europa Centrale e Grecia. «Quando interpellati in materia di cybersecurity, buona parte dei dirigenti d’azienda e delle istituzioni sottolinea in genere le criticità in termini di budget e risorse dedicate alla sicurezza informatica, ma si mostra allo stesso tempo incerta sull’efficacia delle azioni intraprese». Dal Cin dice che le aziende italiane in particolare sono molto in difficoltà nell’identificare in via preventiva gli elementi aziendali maggiormente sensibili ai cyberattack e nel proteggere in modo efficace l’intero ecosistema aziendale nelle aree di interazione con terze parti. «Per non disperdere energie occorre un approccio nuovo: le aziende dovrebbero mettere in atto un lavoro di analisi preventiva volta sia a ridefinire gli ambiti e le attività sui cui assicurare un livello di protezione adeguato, sia a stabilire i reali punti di debolezza su cui intervenire. Non bisogna poi tralasciare il fatto che oggi le aziende operano in ecosistemi digitali sempre più estesi». Dal Cin identifica sei azioni da intraprendere per ottenere un livello soddisfacente rispetto alla cybersecurity:

  1. Fissare i criteri che definiscono una strategia di cybersecurity di successo

Stabilire delle linee guida chiare in materia di cybersecurity allineandole alle priorità del business e focalizzandole sulla capacità di rilevare e contrastare gli attacchi più avanzati.

  1. Pressure-test sul livello di protezione

Sottoporre l’azienda ad azioni di Ethical Hacking (white-hat) in grado effettuare simulazioni di attacco, avere una valutazione realistica delle proprie capacità di difesa e individuare i punti di debolezza su cui lavorare

  1. Proteggere dall’interno verso l’esterno

È necessario individuare e dare priorità agli asset critici dell’azienda e a focalizzare gli sforzi sulle violazioni che possono avere un maggiore impatto.

  1. Continuare a innovare

Investire in soluzioni innovative e all’avanguardia piuttosto che aumentare la spesa in programmi esistenti che si sono rivelati già inefficaci.

  1. Rendere la sicurezza una priorità per tutti

I dipendenti hanno un ruolo critico nell’individuare e prevenire le violazioni. Rappresentano la prima linea di difesa di un’azienda. Va garantito un adeguato livello di formazione e di investimento a livello culturale.

  1. Sensibilizzare il top management

I CISO (Chief Information Security Officer) devono sensibilizzare quanto più possibile la leadership sulla priorità che la cybersecurity rappresenta e sull’impatto che una cattiva gestione può avere sull’immagine e sul valore dell’azienda

Fonte: digital4.biz